Diciotto anni fa (1992) a fronte di un degrado civile e morale in cui era precipitato il ns. Paese, scoppiò la cosiddetta tangentopoli. L’inchiesta, partita da un “pull” di magistrati milanesi, prese piede e si allargò a macchia d’olio in tutt’Italia, portando alla luce numerosi intrecci politici-affaristici ed in alcuni casi evidenti fenomeni di collusioni tra malavita organizzata e politica. Emerse, inoltre, una sorte di legge imposta dai partiti politici, per i quali nessun imprenditore poteva ottenere incarichi nei lavori pubblici senza pagare una tangente.
Ne derivò una sorte di terremoto politico, che coinvolse tutti i partiti e contro i quali si sollevò quasi unanime un movimento di protesta che ebbe il culmine il giorno in cui un gruppo di manifestanti, radunati presso l’hotel Raphael di Roma, lanciò oggetti, insulti, monetine e cantilene irridenti contro l’On. Craxi (segretario del partito socialista italiano).
Quell’ avvenimento che Craxi stesso, in seguito, osò definire “una forma di rogo “ segnò la sua fine politica e quella di alcuni partiti storici della prima repubblica come la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista, il PSDI, il PLI, il PRI, che sparirono dalla scena politica.
E’ in questo contesto che nacque e successivamente arrivò al potere (elezioni del 1994) un nuovo movimento politico denominato “Forza Italia “, il cui leader imprenditore forte del suo impero mediatico, si propose alla popolazione come l’uomo onesto e del fare, capace di risolvere la crisi del paese e di arginare la corruzione.
Nel corso di un nuovo filone d’indagine, aperto ancora una volta dai magistrati milanesi, lo stesso leader di “Forza Italia” divenuto Premier (XII legislatura) e numerosi manager della Fininvest, furono raggiunti da una sere d’avvisi di garanzia con l’accusa di aver versato tangenti alla Guardia di Finanza per eludere i controlli sulle aziende del gruppo, nonché di aver pagato decine di miliardi, in nero all’On. Craxi, quando questi era presidente del Consiglio.
Dal 1994 il poi, ulteriori capi d’imputazioni arriveranno a suo carico, alcuni anche gravi, ma nessuno di questi si trasformerà in sentenza di condanna, perché nel corso degli anni successivi alcuni si mostreranno infondati, altri saranno amnistiati o prescritti ed altri ancora saranno depenalizzati da leggi ad personam che i successivi governi da lui guidati (XIV legislatura) faranno approvare.
Contestualmente assisteremo ad una serie d’iniziative, avviate da una certa classe politica e non solo, tese a screditare l’azione giudiziaria di magistrati, che saranno accusati d’intenti persecutori e di un uso illegittimo della giustizia ai fini di lotta politica. Non saranno risparmiate campagne medianiche di delegittimazione, colorite di forti espressioni quali “giustizia ad orologeria”, “toghe rosse” e “ magistratura comunista ”, che incrineranno ulteriormente i rapporti tra i poteri, determinando un vero scontro istituzionale nel ns. Paese che, ultimamente, con la bocciatura del lodo Alfano, ha coinvolto anche il CSM e la presidenza della Repubblica.
Ecco allora riinfiammarsi il dibattito sulle riforme della giustizia che, pur se animato da aspetti e problemi condivisibili in modi bipartizan, quali il giusto processo, la ragionevole durata dello stesso, l’obbligatorietà dell’azione penale, l’eccessiva burocratizzazione del sistema, non riesce a trovare una sintesi per il sospetto che il tutto è portato avanti al solo scopo di aggiustare i processi del Premier che, a tutt’oggi, ne ha ancora in corso tre.
Del resto, da tangentopoli, non si può affermare che i provvedimenti politici sulla giustizia che sono stati approvati (legge sulle rogatorie, legge Cirami, legge ex –Cirielli, legittimo impedimento), né tanto meno quelli bocciati per incostituzionalità (lodo Schifani, legge Pecorella, lodo Alfano), sono andati nel verso auspicato dai cittadini, la cui richiesta, si sà, è quella di una giustizia equa, giusta e rapida.
Né vanno nel verso giusto i provvedimenti i tutt’ora in corso all’esame del parlamento.
Ad esempio il disegno di legge sul cosi detto “processo breve”, pur se si pone come obiettivo la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi, in ragione della prevista sua retroattività, rischia di diventare una grossa amnistia mascherata per i processi dei maggiori scandali italiani (Thyssen group, Eternit, Parmalat e tanti altri) compreso i provvedimenti a carico del Premier;
Oppure il disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche che, nel tentativo di tutelare la privacy di chi è estraneo alle indagini, rischia di diventare una grossa limitazione per l’attività investigativa fin qui esercitata, un bavaglio per la libertà d’informazione e una negazione del diritto dei cittadini ad essere informati.
Senza le intercettazioni, o con un mezzo cosi limitato, intere organizzazioni criminali agirebbero ancora indisturbate. Il maxi processo a cosa nostra non avrebbe avuto inizio. Gli esecutori materiali delle stragi di Capaci e Via D’Amelio non sarebbero mai stati individuati. Non avremmo mai saputo niente della famosa “ clinica degli orrori” dove si facevano interventi chirurgici inutili e in molti casi fatali per il malcapitato, al solo scopo di ottenere rimborsi gonfiati. Niente avremmo saputo della tangentopoli abruzzese, né della puttanopoli pugliese. E’ non sarebbero mai stati smascherati gli sciacalli che nella notte del terremoto dell’Aquila, con vero cinismo, ridevano al solo pensiero della grossa speculazione che si sarebbe aperta sugli appalti che sarebbero potuti arrivare dalla direzione della Protezione Civile, all’interno della quale operava indisturbata la “cricca”, già dal 2004.
Non voglio soffermarmi su questo nuovo scandalo della Protezione Civile e sugli appalti dei grandi eventi. Sarà l’inchiesta della magistratura, tutt’ora in corso, a stabilire quanto ramificata era questa organizzazione e se siamo di fronte ad una tangentopoli 2 o 3 (ormai se ne perde il conto).
Voglio invece approfittare per fare alcune riflessioni su quanto detto:
1)che la corruzione in Italia è ancora una grossa attualità e gli ultimi sviluppi dimostrano che, in tutti questi e cambiata solo la destinazione del denaro . Nel ’92 i soldi finivano nelle casse dei partiiti, oggi, invece, nelle tasche dei politici, assieme ad una serie di “benefit” sui quali è meglio non dilungarsi;
2)che l’azione politica fin qui esercitata e quella tuttora in corso, più che combattere la corruzione, sembra orientata verso il raggiungimento di un’impunità giudiziaria e mediatica, per raggiungere la quale l’attuale classe dirigente è disposta a modificare, pesantemente, anche le regole del gioco.
3)che l’opinione pubblica non è più quella del ’92 e, di fronte a questa corruzione e questa sporcizia, manca la mobilitazione che ha contraddistinto quegli anni. I cittadini più che arrabbiati, sembrano, narcotizzati o meglio ancora rassegnati, senza voglia di reagire, perché tutto appare ineluttabile, tutto è predeterminato.
E allora, di fronte all’ ineluttabilità di questo male incurabile, vorrei concludere con un monito del vecchio presidente Ciampi che, poco tempo fa, in un intervista a ”Repubblica “ proprio su questi aspetti, diceva: “…per chi ha a cuore le istituzioni, oggi, l’unica regola da rispettare è quella del “quantum potes”: fai ciò che puoi, detto altrimenti, resisti ”.